I GENITORI LITIGANO, BIRINDELLI RITIRA LA SQUADRA

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da Gazzetta.it, 16.12.13

Un ragazzino fa una giocata sbagliata, in tribuna il papà di un suo compagno di squadra sul campo urla il classico "Levalo!...", e inizia un battibecco col papà del primo. Le urla arrivano in campo, il mister chiede il timeout e li avverte: state calmi o ce ne andiamo.

IL CASO — La partita riprende... e anche la lite verbale fra genitori. Come ha raccontato il quotidiano Il Tirreno, il mister non è però tipo da assistere passivamente: richiama i ragazzi, avverte l’arbitro e gli avversari, e la squadra lascia il campo. Già, perché quella non è una squadra qualsiasi, e non lo è nemmeno il suo allenatore. Il campionato è quello degli Esordienti fair play, classe 2001: la partita è Ospedalieri-Pisa (il Pisa schiera i bimbi del 2002). E l’allenatore dei piccoli nerazzurri è Alessandro Birindelli, da calciatore undici stagioni e tre scudetti con la Juve e 6 presenze in Nazionale.

IL GESTO — Da allenatore già un'esperienza come vice c.t. dello Zambia e, dopo una breve parentesi a Pistoia, come vice di Bonetti alla Steaua Bucarest. Da quest’estate è tornato al Pisa, come capo delle giovanili, e fin dal suo arrivo ha detto chiaramente: in campo voglio educazione e sportività. Dai ragazzi, ma anche dai tecnici e dai genitori. Per molti, in un calcio troppo ipocrita, è un modo di dire, per Birindelli no: lui dice davvero. E sabato, con un gesto clamoroso, lo ha dimostrato. Trovando subito il consenso del d.s. Umberto Aringhieri: "E’ un gesto educativo e formativo. Se non si comincia a educare i genitori, i bambini, che sono i giocatori del futuro, non impareranno mai".

" PAPA' LASCIAMI GIOCARE"

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Vi segnaliamo un articolo molto bello apparso sulla carta stampata della provincia di Cremona :

 

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SPORT&ORATORIO, DON ALESSIO ALBERTINI

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SPORT&ORATORIO, DON ALESSIO ALBERTINI PARLA A SESTO

(tratto da Gazzetta.it, 1 ottobre 2010)

Educare è ridare speranza. E lo sport è un mezzo attraverso il quale insegnare ai ragazzi ad avere obiettivi grandi, a guardare le stelle. Ha parlato di educazione, sport, in una parola di oratorio, don Alessio Albertini, consulente ecclesiastico nazionale del Csi (Centro sportivo italiano) e responsabile dell'Ufficio sport della Diocesi di Milano. L'incontro, con un pubblico numeroso, è andato in scena all'oratorio San Giovani Bosco della parrocchia Santissimo Redentore di Sesto San Giovanni, città che in un certo senso è legata al prete meneghino. Perché don Alessio, oltre a essere fratello del noto Demetrio, è anche fratello di Gabriele, ex capitano, bandiera e oggi dirigente della Pro Sesto.

Da “Domenica Sprint” nei panni di opinionista agli oratori: don Alessio non ha mai perso di vista l'orizzonte della sua missione. Che lo chiama a stare in mezzo ai giovani, agli allenatori, ai dirigenti e ai genitori per parlare di sport e di crescita. “Lo sport è ancora capace di aggregare - ha detto in apertura il sacerdote -. Ogni educatore è innanzi tutto chiamato a non rubare la speranza ai ragazzi. Rubi la speranza quando usi il ragazzo ai tuoi scopi, per la soddisfazione personale. Anche l'investimento di un genitore che vive di riflesso la gloria del ragazzo ruba la speranza, perché lo carica di un peso che non è il suo”.

All'oratorio sestese don Alessio ha fatto 6 regali. Sei simboli con i quali ha voluto spiegare come rendere lo sport un'occasione educativa. Una palla: simbolo di passione, “Perché lo sport è emozione, non solo tecnica”. Una porta da calcio: rappresenta l'obiettivo, anche quello di una vita. Una maglietta: segno di appartenenza, dà il senso di essere parte di un gruppo. Le righe del campo, cioè i limiti che si incontrano nella vita. Una sconfitta: sapere perdere significa accettare i limiti e provare a migliorare. La chiusura dedicata agli allenatori: “Devono avere 3 competenze importanti. Un bravo allenatore - ha chiuso don Alessio - deve conoscere la materia, deve saper fare e soprattutto deve saper essere”.

VEGLIA DI PREGHIERA PER LA PACE

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Il mondo cristiano si mobilita per la pace. Anche le parrocchie di San Quirino, San Prospero e San Pietro hanno scelto di raccogliere l'invito di Papa Francesco, che ha chiesto una giornata di digiuno e preghiera per la pace sabato 7 settembre. Alle 21, in San Francesco, la veglia; sotto alla locandina, invece, il messaggio del CSI.

veglia per la pace

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Dal presidente nazionale del CSI, Massimo Achini:

LO SPORT PER UN MONDO DI PACE

È risuonato alto e forte il richiamo del Papa alla pace, nell’Angelus di domenica 1º settembre, in reazione ai sempre più impetuosi venti di guerra in Siria. All'indomani dell'annuncio del presidente Usa Obama sull'intervento armato, Francesco non ha esitato a lanciare il suo accorato appello per la pace, affinché si faccia «ogni sforzo» per promuovere la via del «dialogo», del «negoziato», della «riconciliazione». Dopo aver condannato con forza l'uso delle armi chimiche nel Paese devastato dal conflitto civile, Bergoglio ha annunciato quindi un'iniziativa senza precedenti: una «giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e

nel mondo intero», sabato 7 settembre in Piazza San Pietro, dove, oltre ai fedeli cattolici, ha chiamato a riunirsi gli altri cristiani, i seguaci di altre religioni e anche i non credenti. «L'umanità - ha detto - ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace». 

Anche il CSI accoglie il grido di Papa Francesco e attraverso le parole del suo presidente invita «tutte le società sportive a rinunciare ad un allenamento nella prossima settimana per convocare i ragazzi al campo sportivo e vivere insieme a loro un momento di riflessione e preghiera sul tema della Pace nel mondo».


GESTI DI PACE


Ci sono episodi nello sport che ci fanno capire che, anche nei periodi più bui della storia, grandi uomini hanno lasciato un messaggio ben diverso dai potenti che li governavano. Così è avvenuto alle Olimpiadi del 1936 a Berlino nella Germania nazista.
I protagonisti sono Jesse Owens, ragazzo nero dell’Alabama, che in pochi giorni si aggiudica quattro medaglie d’oro e Lutz Long, bianco tedesco, tra i favoriti del salto in lungo. Nonostante le tensioni politiche, proprio durante le qualificazioni alla finale del lungo, inizia tra i due una straordinaria amicizia. Owens sbaglia due dei tre salti di qualificazione. Luz Long, che ben conosce la pedana dello stadio olimpico, consiglia all’americano di iniziare la rincorsa 30 cm più indietro. Owens segue il consiglio e non solo
si qualifica per la finale ma vince l’oro. Il primo a congratularsi è proprio l’atleta tedesco. Negli anni seguenti i due si mantennero in contatto fino alla morte di Lutz durante la Seconda Guerra mondiale e Jesse pagò a suo figlio gli studi in America.
Credo che non è fantasia poter affermare che anche il cielo sorrise per quella amicizia. C’è un Salmo nella Bibbia che ci ricorda che il Signore gioisce ogni volta che sulla terra si compie un gesto degno dell’amore di Dio. Il cielo intero diventa spettatore entusiasta quando qualcosa di buono accade: “Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore”.

È grazie al gesto compiuto dal diciassettenne John Ian Wing, durante le Olimpiadi di Melbourne del 1956, che ancora oggi la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi vede gli atleti sfilare in una festa collettiva, come se appartenessero a un unico mondo unificato. Nei giorni precedenti a quei Giochi, infatti, il mondo era in tumulto. Appena le squadre partirono per l'Australia, i carri armati russi e l'esercito entrarono a Budapest per bloccare la ribellione ungherese. Pochi giorni dopo la cerimonia di apertura, John Wing scrisse una lettera al comitato organizzatore in cui suggeriva un diverso tipo di marcia per la cerimonia di chiusura: «Durante la marcia ci sarà solo una nazione... cosa potrebbe ognuno di noi volere di più se l'intero mondo fosse un'unica nazione?», Così fu e questa marcia, da allora, è divenuta tradizione. Atleti di diverse nazioni si congedano in un'unica entità anziché marciare separati sotto le proprie bandiere nazionali. Lo sport può davvero partecipare “alla comune lotta per rendere il mondo un luogo migliore per tutti e per ciascuno attraverso la promozione dei valori inscindibili della pace, dello sviluppo e del pieno rispetto dei diritti umani fondamentali”.


PREGHIERA


A te, Signore, amante della vita,
Amico dell'uomo,
innalzo la mia preghiera
per l'amico che mi hai fatto incontrare
sul cammino del mondo.
Uno come me, ma non uguale a me.
Fa' che la nostra
sia l'amicizia di due esseri
che si completano con i tuoi doni,
che si scambiano le tue ricchezze,
che si parlano con il linguaggio
che tu hai posto nel cuore.
Aiutaci a guardare con quello sguardo,
che comprende senza che l'altro chieda.
Aiuta la nostra amicizia ad andare oltre
il desiderio dell'egoismo.
Aiuta la nostra volontà a cedere per amore,
amare anche oltre l'errore,
per giungere al sommo dell'amore: perdonare.
Perché soltanto quando si sa perdonare,
si può credere all'amore.
Fa' che le nostre mani
siano protese in un gesto di pace.

Chiesa e sport: un rapporto che viene da lontano

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La Chiesa, “esperta in umanità” secondo il celebre appellativo di Paolo VI, guarda con simpatia lo sport sia a livello individuale sia a livello di fenomeno sociale e culturale. Dal triplice versante scaturisce una valutazione positiva che si riferisce alla riconosciuta funzionalità perfettiva dello sport riguardo alla persona, al suo potere di moderazione riguardo alle istintività indistinte, alla sua capacità attrattiva riguardo al consolidamento di forme aggregative, amicali, volontaristiche e infine alla sua apertura universalistica riguardo ai grandi valori della fratellanza, della solidarietà e della pace.

Questo ampio orizzonte di positive opportunità conferisce allo sport un evidente guadagno appagante, allorquando si manifesta come atto umano, agito secondo le regole e in uno spirito di sereno confronto. Il guadagno fruttifica in un reale e fecondo accrescimento della persona e della società umana, in un’esperienza di soddisfazione di sé e di lieta convivenza sociale.

Per avere subito una “panoramica” della vastità e complessità dello sport moderno, riprendo la lettura di una pagina illuminante di Bernard Jeu. Scrive l’Autore: “Nello sport si ritrovano tutti gli aspetti del reale: l’estetica (poiché lo sport si osserva), la tecnica (poiché lo sport si apprende), il commercio (poiché lo sport si vende bene e fa vendere altrettanto bene), la politica (lo sport è l’esaltazione del luogo, della città, e nello stesso tempo è anche il superamento delle frontiere), la medicina (lo sport implica l’esercizio del corpo), il diritto (senza l’universalità delle regole la competizione non è più possibile), la religione (lo sport vi trova le sue origini ma si presenta anche – almeno si dice – come una religione dei tempi moderni)”[1].

Dal prospetto appare l’immagine di uno sport omnicomprensivo, trasversale, di immane viscosità culturale, rispetto alle molteplici attività dell’uomo. Così lo sport sta diventando per contagio, per contiguità e per assimilazione un “luogo” di convergenza di interessi differenziati, magnete attrattivo di professionali competenze, scuola multidisciplinare rispetto a “saperi” diversi, un gigantesco giro di affari, quasi un fenomeno di civiltà. In tal modo lo sport, nella sua costante espansione, lambisce e attraversa cospicui settori della vita individuale e sociale, sollecitati e in certa misura orientati a dare rilievo, sotto innumerevoli aspetti e profili, all’originario e innocente gesto atletico.

Mons. Carlo Mazza

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